Orsola De Castro, fondatrice di Fashion Revolution racconta la nascita e lo sviluppo del movimento globale a favore di un’industria della moda sostenibile.


Nato subito dopo la tragedia del Rana Plaza del 2013, il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile, la genesi di Fashion Revolution risale a molto tempo prima grazie a Orsola de Castro che, in occasione della conferenza digitale di #RecòFestival2020, ha portato la sua testimonianza rispetto al ruolo che la moda veste nell’ambito di tematiche legate all’economia circolare.

Il focus iniziale di Fashion Revolution è stato, e continua ad essere tutt’ora, la trasparenza, reclamata e gridata al mondo, con l’hashtag #whomademyclothes, proprio per dare valore e dignità alla catena di produzione che troppo spesso è stata ignorata e svalorizzata. Ad oggi Orsola de Castro, con il suo movimento diventato globale grazie alla partecipazione di ben 92 Paesi, ha come obiettivo quello di trasformare l’involuto in un capo eccezionale e desiderabile, per cui promuove l’utilizzo degli scarti, dei fondi, delle rimanenze della filiera dell’industria della moda, in un’ottica di upcycling, in perfetta armonia con il tema dell’economia circolare.

Si può interpretare tale approccio come una forma sostenibile di processo creativo che, nel tempo, ha maturato un valore sociale e ambientale, in un momento storico in cui la sostenibilità non viene più trattata come puro marketing, ma finalmente acquista una connotazione pratica che si esprime attraverso capacità progettuali e produttive. Tali capacità tengono conto dell’intero ciclo di vita del prodotto e del suo potenziale riutilizzo, minimizzando l’end of waste. L’importanza della catena produttiva riesce a coinvolgere i consumatori che ne riconoscono il valore, e ne ricercano i prodotti.

La moda da sempre è legata al mondo della cultura e dell’arte, tant’è che non si può non citare Du Champ con il suo “ready – made” attraverso il quale esplode il concetto di rivalutazione, riposizionamento, di rilettura di un oggetto che visto in una prospettiva diversa, nel mondo dell’arte, assume diverse connotazioni e diversi significati. Ridare nuova vita agli oggetti già esistenti è insito nell’ingegno umano, tanto che i grandi antropologi descrivono l’uomo come artefice, capace di creare, costruire, trasformare l’ambiente e la realtà in cui vive, adattandoli ai suoi bisogni, un vero e proprio “homo faber”.

Il problema risiede nel fatto che l’uomo negli ultimi 40 anni è stato fagocitato da uno speed up, rimanendo quasi incastrato in un loop in cui l’esigenza frenetica di produrre strumenti, capi, idee sempre nuove, ha attribuito al concetto stesso di produzione, una veste che richiama lo spettro dello sfruttamento. In questo modo l’uomo si è dimenticato di tutto il resto, allontanandosi dal contesto in cui vive, e perdendo di vista quelli che sono i limiti che la natura, oggi, reclama.

Spesso il settore moda viene visto come un settore superficiale, non influente, invece le attività industriali legate a questo settore investono e coinvolgono diverse tipologie industriali, con un grosso impatto ambientale, non solo a livello pratico, ma anche comunicativo. Ricordiamoci che, attraverso la moda, si richiamano arte, cultura e scienza. Ed è proprio la scienza che, nella moda, ritrova la sua espressione; una moda quindi che diventa baluardo della potenzialità di acquisire nuove conoscenze e intercettare il pensiero rivoluzionario dei nostri tempi rispolverando il valore della sostenibilità.

Articolo scritto da Francesca Sanfilippo (CNR).